Stampa e media affrontano pressoché quotidianamente tematiche relative all’esplorazione spaziale. Vocaboli specifici del settore quali orbite, razzi, satelliti, solo per citarne alcuni, si palesano con continuità anche nei discorsi comuni. Le dirette dei lanci spaziali e le novità tecnologiche volte all’avventura umana nel cosmo hanno un seguito importante, non solo tra gli addetti ai lavori e tra gli appassionati. Lo spazio occupa una parte significativa nella politica internazionale e riempie le agende dei leader delle principali potenze mondiali. Ecco una descrizione tipica del periodo dei fasti dell’esplorazione spaziale, che rivela il quadro storico culminato negli anni sessanta e settanta del secolo breve, come Eric Hobsbawn definiva il Novecento[1]. Il quadro fornito è in buona parte sovrapponibile alla realtà contemporanea: all’alba dell’anno domini 2026, tutto ciò che è stato descritto in apertura si applica tout court alla vita e alle interazioni quotidiane di una buona fetta della popolazione terrestre. L’abitudine ad un siffatto scenario si era persa nel corso del tempo, così come era lentamente scemato l’interesse della politica per il tema. Effetto collaterale della fine della guerra fredda, determinato dal collasso dell’Unione Sovietica culminato in un freddo dicembre del 1991: l’assenza di un nemico strategico di rilevanza globale per la superpotenza superstite, gli Stati Uniti, eliminava molti degli incentivi che avevano portato alla corsa allo spazio a cui l’umanità aveva assistito per buona parte della seconda metà del secolo scorso. Non che non ci fossero più progressi alcuni o che si fosse perso totalmente l’interesse per l’esplorazione del cosmo. Quest’ultima, relegata alle riviste di settore e ristretta a finalità di ricerca scientifica, aveva comunque perso molto del lustro e della spinta di cui aveva ampiamente goduto fino a quel particolare momento storico. Nel mondo di oggi la situazione geopolitica e gli obiettivi strategici delle principali potenze, prestigio incluso, hanno fornito lo slancio per una nuova accelerazione. Accelerazione di portata gravitazionale in comparazione con la lenta marcia che ha caratterizzato gli sforzi profusi volti all’esplorazione dello spazio a cavallo del nuovo millennio.
Nel ritmo altalenante dell’esplorazione spaziale, c’è stata una meta che più di tutti gli altri traguardi raggiunti o raggiungibili ha definito il sogno primordiale per eccellenza dell’essere umano: la Luna. Dall’ultima passeggiata in loco compiuta dall’equipaggio della missione Apollo 17[2], per quasi cinquant’anni il nostro satellite è rimasto sullo sfondo, simbolo di un passato glorioso più che di un futuro possibile. Oggi, però, essa è tornata al centro delle ambizioni spaziali globali. Da qualche anno, ormai, si assiste infatti ad un rinnovato interesse per la Luna. Interesse contrassegnato anche da picchi di competitività tra nazioni come non si vedeva da tempo. La collaborazione internazionale, sia chiaro, esiste ancora ed è molto importante per il raggiungimento degli obiettivi. Tuttavia essa è più limitata e vive di uno spirito diverso rispetto a quello a cui il mondo si era abituato negli anni d’oro della stazione spaziale internazionale (ISS[3]), coincisi, forse non a caso, con il momento unipolare degli USA. Non si tratta di un’operazione guidata dalla nostalgia per l’epopea pioneristica della conquista dello spazio. Al contrario, l’interesse per la Luna ha caratteristiche molto pragmatiche. La dirimpettaia della Terra è dotata di materie prime fondamentali per lo sviluppo di nuove tecnologie e per la produzione di materiali avanzati. Minerali, elementi metallici e terre rare non mancano. Mancano invece quadri regolamentari internazionali chiari sulla proprietà delle risorse lunari estratte. È pur vero che il celeberrimo Outer Space Treaty[4], entrato in vigore nel 1967, stabilisce che l’esplorazione dello spazio debba avvenire a beneficio dell’umanità intera e che il cosmo sia un ambiente libero, pacifico e neutrale. Il successivo Moon Treaty[5] del 1979 reitera come l’esplorazione e lo sfruttamento della Luna e degli altri corpi celesti debba avvenire in maniera pacifica e a beneficio di tutti. Il fatto che il Moon Treaty non sia mai stato ratificato dalle maggiori potenze spaziali come USA, Unione Sovietica e Cina getta qualche dubbio sulla reale volontà di cooperazione for all mankind. Fattore che contribuisce ad accentuare la nuova corsa allo spazio come una competizione dove il fattore tempo è cruciale, dove chi arriva prima potrebbe godere di maggiori diritti.
In questo scenario la NASA, l’agenzia spaziale americana, ha promosso nel 2020 gli accordi di Artemis, raccogliendo l’istantanea adesione di otto nazioni (tra cui le europee Italia e Lussemburgo) e, in poco tempo, ha ottenuto la partecipazione di un totale di 60 paesi. Gli accordi di Artemis, di fatto un nuovo programma spaziale a guida statunitense, sono stati redatti per rafforzare la cooperazione internazionale in materia di esplorazione e sfruttamento delle risorse spaziali, in primis della Luna, e rappresentano, secondo le parole dell’allora amministratore della NASA Jim Bridenstine, un mezzo per creare un futuro nello spazio sicuro, pacifico e prospero per l’umanità[6]. Artemis, il cui nome deriva dalla dea greca Artemide, personificazione della Luna crescente, si articola in un percorso definito ma tutt’altro che semplice: il ritorno dell’essere umano sulla superficie lunare, non più da semplice turista ma come residente permanente, al fine di sviluppare una base locale da poter essere utilizzata per una successiva missione volta all’esplorazione del pianeta Marte. In altre parole: “boots on the Moon!”, come ama proclamare il personaggio magistralmente interpretato da Steve Carrel nella serie di successo “Space Force”. Svolta epocale, destinata a generare entusiasmo in una buona fetta del pianeta e a tracciare una nuova via di sviluppo per l’umanità. Una nuova (ultima?) frontiera, concetto estremamente caro alla mentalità americana in esso radicato. Il programma Artemis è suddiviso in quattro fasi, ognuna propedeutica alla successiva. La prima fase è stata completata nel 2021 e la seconda, dopo ritardi considerevoli, è al momento prevista non oltre il mese di aprile 2026[7]. Le fasi sono progettate per essere una progressione costante in termini di complessità, al fine di ridurre il più possibile il fattore rischio. Si passa dunque dal volo di test senza equipaggio intorno alla Luna, ad un viaggio identico ma con equipaggio, al successivo allunaggio per esplorazione della superficie lunare nel sito prescelto[8], fino al completamento della stazione spaziale Lunar Gateway, collocata in orbita lunare. Il Lunar Gateway sarà la base da cui gli astronauti potranno continuare ad effettuare missioni sul satellite terreste. In un futuro ulteriore essa servirà anche come porto intermedio da cui preparare missioni di esplorazione del pianeta Marte. Si evince, quindi, come il programma Artemis sia un progetto di enorme complessità e che non può prescindere dalla partecipazione dei paesi partner e dalla contribuzione delle loro risorse intellettuali, tecnologiche e industriali. Analogamente, il settore privato è cruciale per lo sviluppo della tecnologia e dei mezzi necessari.
Ritornando allo spirito degli accordi di Artemis, resta una piccola nota che stona. Un dettaglio che manca, in realtà non di dimensioni così ridotte, rivelatore delle dinamiche geopolitiche che la conquista e il dominio dello spazio e delle risorse incarna. Gli accordi di Artemis, ricordiamo, sono volti alla cooperazione internazionale e all’apporto di benefici per tutta l’umanità. Tuttavia, scorrendo la lista delle nazioni firmatarie degli accordi, balza agli occhi dell’attento lettore l’assenza di Russia e Cina. La prima, gigante storico dell’esplorazione spaziale come erede dell’Unione Sovietica ed uno dei soci di maggioranza, insieme agli USA, dei principali progetti internazionali nel settore, non ultimo la ISS. La seconda, affermatasi in un periodo relativamente breve, è oggi potenza spaziale riconosciuta. Il completamento della stazione spaziale Tiangong[9] e il trofeo del primo allunaggio sul lato nascosto della Luna[10] ne certificano lo status. Nel 2021, Cina e Russia hanno firmato un accordo per la costruzione di una stazione spaziale sulla superficie o in orbita lunare. I due “amici senza limiti[11]”, anche in questo caso uniti nella volontà di riformulare i termini della governance globale, si sono mossi con la finalità di costruire e sviluppare un progetto in concorrenza e in contrapposizione con gli americani e i loro partner, e non in cooperazione con loro. Il progetto, nominato International Lunar Research Station, ha raccolto successivamente l’adesione di altre undici nazioni, tra le quali spicca il Venezuela, noto oppositore delle politiche statunitensi. Si conferma, infine, come anche l’esplorazione spaziale e lo sfruttamento delle risorse del cosmo, a cominciare dalla Luna, nonostante le buone intenzioni di sviluppo e progresso per l’umanità intera, rappresentino un terreno di scontro tra le principali potenze. Scontro che occuperà un posto sempre maggiore all’interno delle sfide in essere che stanno ridefinendo gli assetti globali.
In conclusione, si evidenzia come la corsa allo spazio sia tornata ad essere una competizione all’ordine del giorno e dal ritmo frenetico. Essa è un ossimoro palese, in quanto competizione per la supremazia nello spazio, a sua volta vettore di potenza sul globo terracqueo, che viene però presentata come una cooperazione tra attori pubblici e privati di diversa nazionalità, ma appartenenti a blocchi in rivalità tra loro, al fine di apportare benefici all’umanità intera. Qualunque sia la chiave di lettura più corretta, competizione o vera cooperazione, si può definire in ogni caso alquanto intrigante il vivere in un tempo in cui l’essere umano è tornato a volgere gli occhi al cielo, non soltanto per ammirarne la volta stellata ma per raggiungerla.
16 novembre 2025
[1] Hobsbawn E.J., Il secolo breve. 1914-1991, BUR Rizzoli, Milano, 2020.
[2] Passeggiata compiuta da Eugene Cernan e Harrison Schmitt il 14 dicembre del 1972.
[3] International Space Station: stazione spaziale collocata nell’orbita terrestre bassa la cui costruzione fu iniziata nel 1998. Collaborano al progetto le maggiori agenzie del pianeta: CSA (Canada), ESA (agenzia europea di cui fa parte anche l’Agenzia Spaziale Italiana), JAXA (Giappone), Roscosmos (Russia) e NASA (Stati Uniti).
[4] United Nations Office for Outer Space Affairs, https://www.unoosa.org/oosa/en/ourwork/spacelaw/treaties/introouterspacetreaty.html
[5] United Nations Office for Outer Space Affairs, https://www.unoosa.org/oosa/en/ourwork/spacelaw/treaties/moon-agreement.html
[6] Comunicato stampa NASA, 13 ottobre 2020, https://www.nasa.gov/news-release/nasa-international-partners-advance-cooperation-with-first-signings-of-artemis-accords/.
[7] Kraft R. H., NASA Progresses Toward Artemis II Moon Mission, “Nasa website”, 20 novembre 2025, https://www.nasa.gov/missions/artemis/artemis-2/nasa-progresses-toward-artemis-ii-moon-mission/
[8] Il polo sud della Luna.
[9] Operativa stabilmente in orbita bassa dal 2022.
[10] Realizzato il 3 gennaio 2019 dalla sonda Chang’e 4.
[11] Come dichiarato da Vladimir Putin e Xi Jinping, rispettivamente presidenti della Federazione Russa e della Repubblica Popolare Cinese, nel febbraio 2022.

