La vita dell’homo spatialis e il contributo italiano: conversazione con Valentina Sumini (Parte II)

La prima parte della conversazione con Valentina Sumini, Visiting Professor presso il Politecnico di Torino, Research Affiliate e Space Architect presso il Media Lab del MIT[1] Space Exploration Initiative, R&T senior engineer presso Coesia, ha approfondito tematiche relative alla sua vasta esperienza come space architect e ha permesso di illustrare alcune delle componenti principali legate all’esplorazione spaziale e alla creazione in un futuro non molto lontano di ambienti adatti alla vita umana su corpi celesti quali la Luna e Marte. In questa seconda parte, Sumini si sofferma sulla contribuzione che l’Italia, in quanto paese membro dell’ESA[2] e primo firmatario degli accordi di Artemis, può fornire all’esplorazione del cosmo.

  • Lei ha collaborato con eccellenze italiane nel mondo della cucina e della produzione alimentare al fine di portare in orbita la qualità italiana nel settore. È possibile avere qualche esempio?

Vorrei citare la progettazione dell’”Engineered Space Kitchen”, una vera e propria cucina spaziale utilizzabile dagli astronauti per la preparazione autonoma dei pasti. Il sistema è pensato per ottimizzare il processo di trasformazione delle materie prime coltivate nelle serre, traducendole in un menu bilanciato che tenga conto sia del fabbisogno nutrizionale degli astronauti, in termini di macro e micronutrienti, sia dei loro gusti personali. È importante ricordare che gli astronauti provengono da culture e tradizioni culinarie molto diverse tra loro. In questo contesto, l’introduzione dell’intelligenza artificiale sarà fondamentale per automatizzare la generazione dei menu, adattandoli alla disponibilità delle materie prime, variabile in base ai cicli di produzione all’interno delle serre idroponiche, aeroponiche o acquaponiche, e alle preferenze individuali, bilanciando efficienza, salute e varietà. Un altro aspetto importante riguarda il trade-off tra automazione e coinvolgimento umano. Uno studio specifico, condotto dagli ingegneri di Coesia in collaborazione con chef e nutrizionisti del team di Giovanni Rana, ha evidenziato quanto sia benefico, anche a livello psicologico, mantenere un contatto diretto con le piante e preservare una certa manualità nella preparazione del cibo. Non solo migliora il benessere generale, ma si crea anche una connessione emotiva con l’ambiente, un elemento fondamentale in condizioni di isolamento prolungato come quelle spaziali. In altre parole, ben venga l’automazione e l’uso dei robot, ma è altrettanto importante coinvolgere l’astronauta, rendendolo parte attiva nel processo di preparazione del pasto. La cucina spaziale è quindi progettata con meccanismi di supporto all’utente, che guidano l’astronauta a cucinare da sé il proprio piatto, trasformandolo in una sorta di space chef. L’Engineered Space Kitchen è già stata testata con successo presso l’ESA European Astronaut Centre di Colonia, in Germania, con la partecipazione dell’astronauta tedesco Matthias Maurer, che ha preso parte alla missione SpaceX Crew-3 per l’Expedition 66 a bordo della ISS[3]. In quell’occasione, Maurer ha anche potuto interagire direttamente con il progetto, apportando modifiche grazie all’uso di tecnologie immersive come l’extended reality, contribuendo così attivamente allo sviluppo della cucina spaziale in un processo di vera co-progettazione astronauta-designer.

  • Il sistema Italia quanto può offrire, in termini di competenze, risorse e tecnologie all’esplorazione spaziale?

Il sistema Italia può offrire moltissimo all’esplorazione spaziale, sia dal punto di vista del comparto industriale, sia per l’esperienza maturata dall’Agenzia Spaziale Italiana, senza dimenticare l’importante ruolo del mondo universitario e della ricerca. Il nostro Paese vanta centri di ricerca d’eccellenza e un know-how altamente specializzato in numerosi ambiti strategici: dall’ingegneria aerospaziale alle tecnologie dei materiali, dalla robotica alla medicina spaziale. Questa rete di competenze, alimentata dalla sinergia tra istituzioni pubbliche, università e aziende, è in grado di offrire un contributo concreto e qualificato ai principali programmi internazionali. Basti pensare ai progetti legati all’esplorazione della Luna, che rappresentano oggi l’obiettivo più vicino e realistico tra quelli che l’umanità si è posta. L’Italia, in questo scenario, è un partner credibile e competitivo, capace di partecipare attivamente allo sviluppo di infrastrutture, habitat e sistemi di supporto vitale necessari per le future missioni lunari e oltre.

  • Quanto è importante per il successo dei programmi spaziali la collaborazione con gli ambienti accademici?

La collaborazione con gli ambienti accademici è, a mio avviso, fondamentale per il successo dei programmi spaziali, perché la ricerca svolta nelle università ha spesso uno sguardo ampio, visionario, capace di andare oltre i vincoli immediati della tecnica. Come dico sempre ai miei studenti, avere la cosiddetta “lavagna pulita”, cioè la possibilità di progettare da zero ambienti come quelli marziani o lunari, significa poter immaginare soluzioni non solo tecnologiche, ma anche culturali, sociali e simboliche. Significa chiedersi come nasceranno e si trasformeranno le nuove comunità umane nello spazio. Questi progetti, per la loro portata, sono paragonabili alla costruzione delle grandi cattedrali del passato: opere che richiederanno decenni, forse secoli, per essere completate come le immaginiamo oggi. È un’impresa che coinvolgerà molte generazioni e richiederà una cooperazione senza precedenti tra esseri umani. In questo scenario, il ruolo delle università, penso in particolare al Politecnico di Milano, il Politecnico di Torino e al MIT, dove svolgo attività didattiche e di ricerca, che condividono una visione di democratizzazione dell’accesso allo spazio, è quello di ampliare l’orizzonte progettuale. Quando collaborano con l’industria o con le agenzie spaziali, le università hanno il compito di proporre visioni audaci e sistemiche per le future comunità multiplanetarie. Adottare un approccio olistico significa non solo immaginare come potremo costruire su Luna e Marte, ma come vivremo lì: quali saranno i nostri rituali quotidiani, le relazioni, i bisogni emotivi e culturali. Chi meglio degli studenti, dei ricercatori e delle nuove generazioni, che saranno forse i primi cittadini dello spazio, può immaginare e guidare la progettazione di queste infrastrutture? L’università è il luogo dove queste visioni possono nascere, crescere e diventare parte integrante dei futuri programmi spaziali.

  • Vede delle differenze tra l’Italia e altri Paesi in cui ha avuto diretta esperienza?

Direi di no, non noto grandi differenze: in tutti i Paesi in cui ho avuto modo di lavorare, ho riscontrato una forte apertura verso il mondo accademico. Studenti e ricercatori rappresentano oggi una risorsa fondamentale nei processi di innovazione, soprattutto nel dialogo con il comparto industriale, dove le idee vengono spesso valutate in termini di ritorno dell’investimento nel breve periodo. Nelle università, invece, il “ritorno” si misura in proprietà intellettuale e capacità di generare innovazione, anche disruptive. È proprio questa diversa prospettiva, libera da vincoli produttivi immediati, a fornire un contributo di grande valore all’industria. La creatività degli studenti, in particolare, permette di proporre soluzioni nuove e flessibili, anche se a prima vista possono sembrare poco realizzabili. Ed è proprio questa libertà a renderli preziosi per chi lavora da anni nel settore e conosce già molto bene i famosi don’t, cioè tutto ciò che non si può fare secondo l’esperienza e le prassi consolidate. Allo stesso modo, i ricercatori portano approcci e metodi capaci di rimettere in discussione lo status quo, offrendo chiavi di lettura che talvolta sfuggono a chi è immerso nei meccanismi operativi. La collaborazione tra industria e università è così estremamente proficua, proprio perché unisce esperienza e visione, rigore e immaginazione, favorendo la nascita di risultati spesso inaspettati ed innovativi.

  • Quale è il ruolo dell’Italia nel contesto internazionale: mi riferisco allo status di membro dell’Agenzia Spaziale Europea o a collaborazioni con agenzie di altre nazioni come la NASA?

L’Italia ha un ruolo molto attivo e riconosciuto a livello internazionale nel settore spaziale, sia come membro di primo piano dell’Agenzia Spaziale Europea, sia attraverso collaborazioni bilaterali con agenzie come la NASA. Il nostro contributo spazia dalle missioni di esplorazione alla progettazione e costruzione di satelliti, fino allo sviluppo di tecnologie per l’abitabilità nello spazio. Il comparto industriale italiano è particolarmente forte: aziende come Thales Alenia Space e Leonardo sono coinvolte in programmi chiave, inclusi i moduli abitativi per la Stazione Spaziale Internazionale e per il futuro Lunar Gateway. Anche realtà più giovani e innovative come D-Orbit, impegnata nella rimozione dei detriti spaziali, e Argotec, nota per aver progettato la prima macchina del caffè in microgravità, sono esempi di eccellenza e dinamismo. Il contributo italiano si distingue anche grazie ai nostri astronauti, come Samantha Cristoforetti e Luca Parmitano (per citarne alcuni, ma la lista del corpo astronauti dell’Agenzia Spaziale Italiana è ovviamente molto più lunga), che con le loro missioni hanno rappresentato l’Italia in contesti internazionali ad altissimo livello. Ma ciò che rende davvero interessante il sistema Italia è la capacità di coinvolgere anche settori non tradizionalmente legati allo spazio, come la moda e il food design. È il caso, ad esempio, della recente collaborazione tra Prada e Axiom Space per la realizzazione della tuta spaziale della missione Artemis III, o del progetto “Pasta in Space” promosso da Barilla durante la missione Ax-3, che ha portato la pasta italiana a bordo della ISS per testarne gusto, consistenza e resa in microgravità. Queste collaborazioni dimostrano come il coinvolgimento di aziende non-space possa essere un motore di innovazione trasversale, contribuendo a costruire una vera space economy italiana. Infine, è importante ricordare che l’Italia è stato il primo Paese europeo a firmare gli Artemis Accords con la NASA, rafforzando il proprio impegno nella costruzione di una presenza umana sostenibile sulla Luna. Un segnale forte del nostro posizionamento strategico nello scenario spaziale globale.

  • Lo spazio è tornato nelle agende dei governi dopo anni di stagnazione, presentandosi nuovamente come un fattore di competizione. La cooperazione internazionale è ancora un fattore rilevante?

Lo spazio è tornato con forza nelle agende dei governi, riaffermandosi come un ambito di competizione strategica tra le grandi potenze. Tuttavia, credo fermamente che la cooperazione internazionale resti un fattore imprescindibile per garantire uno sviluppo equo, sostenibile e pacifico delle attività spaziali. Un esempio concreto e virtuoso è rappresentato dalla ISS, frutto di una collaborazione tra agenzie spaziali di Paesi anche molto distanti tra loro per interessi e orientamenti politici. È la prova che nello spazio si può costruire insieme, oltre le divisioni terrestri. Questo approccio può, e dovrebbe, essere replicato in nuovi scenari, come la progettazione di basi lunari o la gestione condivisa delle risorse extraterrestri. Sulla Luna, ad esempio, esistono risorse strategiche limitate: dall’acqua ghiacciata nei poli, essenziale per la sopravvivenza e la produzione di carburante, fino a materiali come la regolite, utilizzabile per costruire in situ. Ma vi sono anche tracce di metalli preziosi, inclusi l’oro e le terre rare, elementi fondamentali per l’elettronica. Sebbene oggi siano presenti in quantità limitate, è ragionevole pensare che in futuro, con lo sviluppo delle tecnologie di estrazione, queste risorse possano assumere un valore economico e geopolitico significativo. È per questo che la cooperazione non è solo auspicabile, ma necessaria. L’Outer Space Treaty del 1967 stabilisce che nessuna nazione può rivendicare la sovranità su un corpo celeste e che lo spazio deve essere utilizzato per scopi pacifici e nell’interesse di tutta l’umanità. Questo principio, però, va aggiornato e rafforzato alla luce delle nuove sfide legate allo sfruttamento delle risorse. Solo attraverso una governance internazionale condivisa sarà possibile evitare la competizione incontrollata e garantire che lo spazio diventi un ambiente di collaborazione globale, capace di riflettere i migliori valori della nostra civiltà anche al di fuori della Terra.

  • Come vede l’ingresso di aziende private, come SpaceX, nel settore? Rappresentano degli acceleratori di innovazione e progresso oppure costituiscono anche un punto di attenzione per la regolamentazione del settore?

L’ingresso di aziende private come SpaceX nel settore dell’esplorazione spaziale rappresenta, a mio avviso, una risorsa importante, in grado di accelerare in modo concreto l’innovazione e l’accesso allo spazio. Nel contesto degli Stati Uniti, questo approccio si è già rivelato estremamente efficace: oggi SpaceX ci offre una prospettiva reale di poter disporre, in tempi relativamente brevi, di un sistema di lancio riutilizzabile e sostenibile per raggiungere la Luna e, in prospettiva, Marte. Il ruolo del settore privato sarà fondamentale anche in futuro, soprattutto se pensiamo a obiettivi strategici di lungo termine: trasformare la Luna da semplice avamposto scientifico a base permanente, da cui proseguire l’esplorazione verso Marte, è una sfida immensa. Si tratta di un’impresa che, in termini di risorse scientifiche, tecnologiche ed economiche, potrebbe superare quelle messe in campo durante il Progetto Manhattan. Nessun Paese, da solo, ha oggi la possibilità di sostenerla. Per questo motivo è cruciale sviluppare una piattaforma pubblico-privata solida e condivisa, nella quale le tecnologie sviluppate dai privati siano messe a disposizione dell’intera comunità internazionale a costi progressivamente più accessibili. I privati possono accelerare il progresso, ma devono farlo in un quadro regolamentare chiaro, che eviti derive speculative e mantenga saldi i principi di equità e cooperazione globale. Esistono sicuramente dei rischi: il coinvolgimento delle aziende private non deve diventare una scappatoia per aggirare i principi etici che guidano l’esplorazione spaziale. Dobbiamo ricordarci lo spirito delle missioni Apollo, il celebre “for all mankind”, e vigilare affinché lo spazio resti un bene comune, non dominato da logiche esclusivamente commerciali. In quest’ottica, trovo molto interessante e prezioso il lavoro portato avanti da realtà come lo Space Economy Lab dell’Università Bocconi, che sta analizzando proprio questi equilibri tra mercato, tecnologia e governance, per costruire un futuro spaziale inclusivo e sostenibile.

2 novembre 2025


[1] Massachusetts Institute of Technology.

[2] Agenzia Spaziale Europea (European Space Agency).

[3] International Space Station: stazione spaziale collocata nell’orbita terrestre bassa la cui costruzione fu iniziata nel 1998. Collaborano al progetto le maggiori agenzie del pianeta: CSA (Canada), ESA (agenzia europea di cui fa parte anche l’Agenzia Spaziale Italiana), JAXA (Giappone), Roscosmos (Russia) e NASA (Stati Uniti).